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La
tradizione storica ha individuato nell'odierno sito di Scopello
l'antico insediamento di "Cetaria", posto da Tolomeo
tra Bati e Panormo, proprio in relazione al suo nome derivante
dalla pesca del tonno che qui fu sempre praticata. Questa
identificazione è stata avvalorata nel tempo da pochi
ruderi emergenti e da materiale fittile erratico rinvenuto
nei pressi della tonnara. Ma, sino al periodo normanno, le
fonti documentarie purtroppo sono avare, e non si può
quindi ragionevolmente ipotizzare una continuità di
vita di questo insediamento.
Il nome "Scopello" appare per la prima volta in
un diploma redatto in lingua greca nell'anno 1097, con il
quale il Conte Ruggiero concedeva al Monastero di S. Maria
di Boico, presso Vicari, terre, animali e servi nella stessa
Boico, nonché a Ciminna, Scopello, Patterano e Garciniene.
Nel diploma di concessione di Scopello al monastero di S.Maria
di Boico si parla soltanto di una terra recante questo nome,
la quale in precedenza era appartenuta a certo notaio Giovanni.
Secondo l'Alessio il toponimo che compare nel diploma potrebbe
interpretarsi o come adattamento del greco, "scoglio,
secca, rupe" oppure come diminuitivo del prestito latino
"scopulus" avente lo stesso significato. Ma è
probabile che la località avesse tale nome anche prima
della denominazione araba.
Yàqùt, che scrive nella prima metà del
XIII secolo basandosi però su fonti precedenti alla
conquista normanna, forse dell'XI secolo, cita infatti "Usqubul,
città su la costiera di Sicilia", che però
appare un adattamento alla lingua araba di un toponimo preesistente.
Edrisi, il geografo arabo che descrisse la Sicilia verso la
metà del secolo XII, non fa una particolare menzione
di Scopello, pur citando la vicina fortezza di "Al Madarig"
("le scale" l'odierna Castellammare del Golfo),
nel cui porto "è un andare e venire di navi e
vi si tendono le reti da pescare il tonno".
Ciò ci induce a ritenere che a quel tempo il territorio
di Scopello doveva essere poco popolato o abitato soltanto
stagionalmente per l'esercizio di una piccola tonnara.
Se vogliamo comprendere le vicende del territorio di Scopello
e della relativa tonnara, è necessario tener presente
che, dopo la conquista normanna, nelle spiagge siciliane fu
riservato al sovrano il godimento delle tonnare, e fu interdetta
ai privati la pesca dei tonni senza la regia concessione.
Rientrava infatti nel Demanio regio "così il litorale
marittimo fino alla distanza di un tiro d'arco o di balestra,
per iactum balistae, come nel mare stesso i golfi e le insenature
opportune alla pesca dei tonni".
E
poiché, come vedremo appresso, la tonnara di Scopello
fu venduta ai privati solo nel 1442, tutte le concessioni
precedenti a tale anno debbono ritenersi relative al solo
territorio detto anche "feudo", e non alla tonnara.
Nel 1220 il feudo di Scopello, ad eccezione del porto e della
tonnara, venne assegnato alla chiesa S.Maria dell'Ammiraglio
in Palermo, in ricompensa del vasellame d'oro e d'argento
che le era stato tolto per le necessità della guerra.
Dopo qualche anno, lo stesso feudo fu concesso in perpetuo
dall'imperatore Federico II ad immigrati lombardi, guidati
da Oddo di Camerana, affinchè vi affondassero una loro
colonia.
Ma nel 1237 Oddo di Camerana supplicò l'imperatore
di assegnargli in cambio la terra di Corleone, asserendo che
quella di Scopello "non era sufficiente, ne capace di
tante persone per abitarvi".
Ma il motivo di tale richiesta, più che nella limitatezza
del territorio, va ricercato invece nel fatto che la ribellione
delle popolazioni musulmane dei territori circostanti, e fors'anche
le scorrerie dei corsari provenienti dal mare, dovevano rendere
poco ospitale quella terra.
Una circostanza quest'ultima che non poteva certamente ammettersi
in forma ufficiale in un documento imperiale.
Dopo l'abbandono da parte della colonia dei Lombardi il territorio
di Scopello fu assegnato nel 1241 alla città demaniale
di Monte S.Giuliano (oggi Erice), ma con privilegio di Ludovico
III, venne restituito al Ciantro della Cappella Palatina di
Palermo, quale beneficiale della Chiesa di S.Maria dell'Ammiraglio.
Secondo Vito Amico, il Ciantro della Palatina lo diede poi
in enfiteusi a Giambattista Catalta, nobile catalano e conte
di S.Colomba, la cui figlia Caterina lo portò in dote
al marito Giacomo Fardella, trapanese.
Il feudo passò in seguito a placido Fardella principe
di Paceco e successivamente ai suoi eredi. Come è stato
detto in precedenza, la tonnara di Scopello sino all'anno
1442 era rimasta possedimento demaniale. Secondo quanto ci
riferisce Luca Barberi nel "Liber de Secretiis",
Gisberto de Sfar, quale procuratore generale del re Alfonso,
con contratto stipulato il 1° marzo 1442 presso il notaio
Pino de Ferri di Palermo, la concedeva a un certo Simone La
Mammina per la somma di 40 onze, con la clausola della restituzione.
Il privilegio di conferma di questa vendita fu dato il 27
maggio dello stesso anno.
Alla morte di Simone La Mammina, subentrò nel possesso
della tonnara la figlia Bartolomea, moglie di Giovanni di
Sanclemente. Quest'ultimo in qualità di marito e di
legittimo amministratore della predetta Bartolomea, volendo
rendere più efficiente la tonnara impiegandovi parte
del suo patrimonio, chiese al vicerè Lopez Ximenes
de Urrea la facoltà di ampliarla, ottenendo, con privilegio
del 28 marzo 1468, la concessione perpetua della stessa tonnara
per sé e per i suoi discendenti con la rinunzia del
riscatto da parte della corte.
A Giovanni di Sanclemente succedette il figlio Simone, che
ebbe la conferma della stessa successione con privilegio dato
a Toledo il 18 luglio del 1502, del quale furono emanate le
disposizioni esecutive a Messina il 18 novembre dello stesso
anno. Se il Liber de Secretiis di Luca Barberi ci ha consentito
di conoscere i vari passaggi della proprietà della
tonnara sino all'anno 1502, per il periodo successivo ci è
di grande ausilio l'albero genealogico della famiglia Sanclemente
che oggi si conserva nell'Archivio di Stato di Trapani.
Simone Sanclemente ebbe due figli maschi: al primogenito Giuseppe,
pervenne il possesso dei due terzi della tonnara, mentre al
terzogenito Giovanni fu assegnata la rimanente parte. A Giuseppe
succedette il figlio Simone, che però non ebbe discendenti,
sicchè alla sua morte, la quota da lui posseduta venne
ereditata dalla madre Allegranza.
Il terzogenito Giovanni ebbe soltanto una figlia, Francesca
che sposò Ottavio Gioacchino, ma la coppia non ebbe
figli. L'albero genealogico dei Sanclemente, a questo punto,
mostra trasferimento della quota della tonnara di proprietà
Allegranza al Collegio dei Gesuiti di Trapani, nonché
dell'altra appartenente a Francesca al Monastero di SS.Rosario
di Trapani, detto anche di S.Andrea.
Il Villabianca sostiene che Allegranza Sanclemente cedette
ai Gesuiti la sua parte della tonnara di Scopello assieme
al feudo d'Inici nel 1580, ma erra nel ritenere che i proprietari
della tonnara fossero i Fardella, e che i Sanclemente avessero
solo il semplice ruolo di affittuari.
Questa confusione, evidentemente, fu causata dal non aver
considerato il territorio di Scopello, appartenente ai Fardella,
e la tonnara, di proprietà dei Sanclemente, come due
unità ben distinte e separate.
La quota della tonnara di proprietà di Francesca Sanclemente,
che fu anche Terziaria Domenicana, venne da questa dotata,
assieme ad altre rendite, al monastero del SS.Rosario di Trapani,
detto anche di S.Andrea, il 4 marzo 1598.
Nel 1767, con l'espulsione dei Gesuiti dal Regno di Sicilia,
la quota della tonnara di loro pertinenza, che a quel tempo
era gabellata a un certo D. Luigi Renna, passò in potere
del Demanio regio.
Quest'ultimo nel 1779 la vendette, per la somma di ventimila
scudi, a Baldassare Naselli e Morso, principe di Aragona,
che possedeva il vicino Stato e Terra di Castellammare del
Golfo.
Ma, dopo un primo periodo favorevole, la tonnara andò
in perdita.
A tal proposito, Carlo D'Amico, che scriveva nel 1816, osservava
: "…. Essa voleva fare ubbertose pescaggioni a
segno che detto Sig. Principe l'arbitriava a suo conto; ma
da molti anni a questa parte è decaduta dal suo antico
buon essere, ed ha date grosse perdite alla famiglia Naselli
con farle soffrire gravi interessi, per li quali non si cala
di proprio conto, ma si dava in affitto. Dà successori
del defonto Principe conoscendosi il danno, che aveva avuto
la loro casa, e gli atrassi delle soggiogazioni, che il fu
Principe D'Aragona aveva contratte nell'acquisto di suddetta
tonnara, ch'era del monte di Trapani l'hanno cessa perché
non vi erano beni liberi del principe, e la tengon i Gesuiti
per una grossa soggiogazione di oncie 500 che esiggono. Sembra
adesso che si mettesse in buono stato di profitto, e così
pagarsi li creditori".
Come
si può dedurre da quanto riferito dal D'Amico, i Gesuiti
dal loro rientro in Sicilia, avvenuto nel 1805, riuscirono
a rientrare in possesso della loro quota della tonnara, mentre
la rimanente parte era rimasta ininterrottamente al Monastero
del SS. Rosario di Trapani.
Nel 1860, con decreto di Garibaldi del 17 giugno, la Compagnia
di Gesù veniva nuovamente sciolta ed i Gesuiti ancora
una volta erano costretti ad abbandonare il territorio dell'isola.
Tutte le rendite e i beni della Compagnia ritornarono così
a far parte del Demanio del nuovo Stato unitario, in virtù
del decreto del Prodittatore Mordini del 17 ottobre 1860.
Analoga cosa avvenne per i beni del Monastero del SS. Rosario
di Trapani, a seguito della legge del 1866 di soppressione
delle corporazioni religiose e liquidazione dell'asse ecclesiastico,
sicchè le due diverse quote della tonnara di Scopello
vennero a riunirsi nel Demanio statale e poste in vendita.
La stima della tonnara e delle relative attrezzature venne
eseguita il 9 luglio 1864 dal Delegato Ministeriale ingegnere
Ludovido Amadini ed il valore assegnato, che avrebbe poi costituito
la base d'asta, risultò di L. 162.341,04, di cui 149.303,70
per lo stabile e L. 13.037,34 per le attrezzature.
L'asta pubblica ebbe luogo presso l'Intendenza di Finanza
di Trapani il 27 aprile del 1874, e la tonnara venne aggiudicata
per la somma di L. 175.000 a un certo Francesco Incagnone,
per persona da nominare.
Il 30 aprile dello stesso anno, con atto presso il notaio
Paolo Giammarinaro di Trapani, l'Incagnone dichiarava di avere
acquistato la tonnara quale procuratore di Ignazio Florio,
Angelina Florio in De Pace, Luigi De Pace, Antonino De Pace,
Vincenzo Giachery, Salvatore Cricchio ed Eugenio Cricchio.
Soltanto Vincenzo Florio acquistava la quota di 2/8 della
tonnara, mentre gli altri ne entravano in possesso per 1/8
ciascuno. Da allora la tonnara è sempre rimasta un
bene indiviso appartenente a privati, sebbene, o per vendite
o per divisioni ereditarie avvenute nel tempo, il numero di
coloro che oggi ne detengono le quote di proprietà
sia notevolmente aumentato.
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